L’anima ha bisogno di un luogo e questo luogo è fatto anche di accoglienza, attenzione, presenza e competenza.
Venire a conoscenza della storia e abitudini alimentari dei miei pazienti significa entrare nelle loro case e vita familiare. Entrare in tale mondo in punta di piedi permette di gettare le basi per la costruzione di un rapporto di fiducia e collaborazione duraturo. Il dialogo con gli operatori della salute dovrebbe implicare da
parte degli stessi un ascolto attivo privo di atteggiamenti giudicanti, verbali e non, nello scopo di far sentire la persona completamente accettata e a proprio agio nel raccontare se stessa.
Spesso stili alimentari e condizioni di peso non sono una scelta, tuttavia il paziente può sentirsi oggetto di stigma, con grave ostacolo al suo percorso di cambiamento . Lo stigma sul peso nasce dall’attribuire significati negativi alla condizione della persona, secondo schemi impliciti e non.
E’ molto diffuso nella vita di tutti i giorni, sia tra bambini che tra adulti, e può portare la persona a sentirsi inferiore ed escluso, nonché ad un processo di interiorizzazione dello stigma. Lo stigma interiorizzato porta all’isolamento e alla rinuncia alle cure, con conseguente peggioramento della condizione di salute, per questo è importante che gli operatori sanitari, e tra questi i Biologi Nutrizionisti, sviluppino strategie utili a mettere al centro la persona e non la malattia.
Usare l’approccio del People first language, ad esempio , significa adottare dei termini linguistici che mettono al centro la persona, senza etichettarla per la sua condizione di difficoltà o disabilità. Questo significa che non è corretto parlare di persona obesa o anoressica, bensì di persona con obesità o con eccesso di peso o affetta da anoressia.






